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I terroristi palestinesi si sentivano dei combattenti per libertà, tanto da potersi gemellare con altri gruppi terroristici di astrazione e religione diversa dalla loro. Anche se contemplavano la possibilità di rimanere uccisi durante le loro azioni, il martirio non era ne l'obiettivo finale ne un mezzo per raggiungerlo. Cercavano, per se e per i loro compagni incarcerati, una via di fuga verso la libertà.... di compiere nuove azioni terroristiche. Oggi invece le motivazioni che spingono i così detti Jadisti trovano origine nella religione vista come entità unificante di tutta la comunità islamica (umma) ed elemento di riscatto difronte alla schiacciante superiorità occidentale, tradotta in termini religiosi come comunità cristiana.

E allora è lecito chiedesi il perché. Per gli occidentali non vi sono dubbi: i mussulmani non hanno operato le riforme necessarie, sono ancora troppo legati a forme superate di organizzazione sociale e di civiltà.  I Giapponesi ad esempio, hanno invece imitato gli occidentali e rapidamente sono entrate nel novero delle nazioni più avanzate. Gli arabi sono discordi, in lotta eterna fra i vari gruppi, non hanno stati democratici e moderni, dappertutto ci sono dittature e classi dirigenti inadeguate. La stesa diagnosi viene condivise dalle élite culturali arabe educate più o meno all'occidentale.

Ma I fondamentalisti fanno una diagnosi opposta: la decadenza araba e mussulmana è dovuta dall'abbandono della tradizione coranica. Solo il ritorno all'integrale applicazione della legge coranica (sharia) può fare rinascere  l'Islam, la gloriosa civiltà islamica e far rivivere i tempi mitici del Califfato  degli Abbassidi: non bisogna  modernizzarsi in senso occidentale ma anzi  tornare alla pura tradizione islamica.

Questo è il punto essenziale: la rinascita islamica passa attraverso il rigetto dell'occidentalizzazione. Il fine del terrorismo islamico è quello di sconfiggere gli occidentale e destabilizzare e rovesciare tutti i regimi arabi che più o meno esplicitamente prendono ispirazione dall'Occidente.

Noi occidentali crediamo che  le persone come Bin Laden sono la causa della arretratezza del mondo dell'Islam, i fondamentalisti al contrario che solo essi possono far rinascere la loro antica e gloriosa civiltà.

Partendo da questo punto di vista va considerato il carattere di spietatezza che assume oggi la guerra religiosa. I nemici non sono solo nostri nemici che poi possono diventare nostri alleati o amici come nelle comuni guerre laiche. I nemici non sono nemici nostri, sono nemici di Dio e vanno distrutti.

Gli shaid islamici non esitano a  farsi esplodere, i "pasdaran" iraniani  passavano cantando sui campi minati. Questo però è pure un punto di debolezza: il credente, a differenza del laico,  non valuta le effettive forze in campo, non valuta gli avvenimenti nella loro realtà, è in qualche modo impermeabili all'esperienza; pensa che Dio onnipotente gli darà la vittoria in un modo inaspettato,  al di la di ogni umana previsione. Ma questo aspetto può anche portare alla catastrofe perché comporta un altro carattere della "guerra santa": la imprevedibilità. 

Per tanti decenni siamo vissuti tranquillamente sull'equilibrio del terrore atomico. Ciascuno della parti sapeva che se avesse usato le armi nucleari per distruggere la parte avversa sarebbe stato egli stesso distrutto: tutti erano sicuri che nessuno avrebbe fatto una mossa del genere. Ma un estremista religioso potrebbe pensare che Dio proteggerebbe i suoi fedeli dalle reazione avversa, che magari i germi e le radiazioni diffusi nel mondo risparmierebbero per decreto divino i veri credenti e cose del genere. Per questo è necessario contrastare con qualsiasi mezzo la possibilità che gruppi terroristici si impossessino di armi di distruzione di massa.

Quanto ed ultimo punto di riflessione che ci giunge dal libro riguarda la libertà di stampa di allora e forse di oggi.

Ma perché anche la “libera” stampa ha, di fatto, rimosso questa terribile strage?

La tesi dominante, politically correct, sostiene che dietro alla stagione del terrore vi sia stato un sistema ben preciso teso a “destabilizzare per stabilizzare”, in altre parole una vera e propria “strategia della tensione” che ha permesso al potere politico di mantenere l’Italia nell’ambito del blocco occidentale, di fatto inibendo ai partiti di astrazione comunista di partecipare al governo della nazione.

Questo sistema era articolato su vari livelli e funzioni e vedeva il benestare del blocco “democratico”. Gli attori erano vari: servizi segreti stranieri (Cia), i nostri servizi, circoli oltranzisti atlantici non meglio precisati, massoneria (P2) e infine, a svolgere il lavoro sporco a suon di bombe, soprattutto la galassia dei gruppuscoli neofascisti, coadiuvati in certi casi dalla mafia, o da bande criminali organizzate.

E questo sistema valeva anche per gli altri paesi europei in cui erano presenti dei Partiti comunisti abbastanza forti.

In questo schema interpretativo, anche se molto semplificato, per ragioni facilmente intuibili, risulta particolarmente arduo inserire la strage di Fiumicino del 1973. Una strage così scomoda che non si incastra nel mosaico della strategia della tensione e risulta molto imbarazzante da evocare agli stessi sostenitori della “causa” nazionale palestinese. Così di quei tragici eventi non si è formata alcuna dolorosa memoria. Ha prevalso immediatamente un diffuso oblio, e si è creato un tabù simmetricamente rispettato dagli apparati dello Stato e dal sistema dell’informazione.

Lo Stato mirava ad occultare quel vaso di Pandora della “diplomazia parallela”, ossia le sotterranee intese tra governi italiani e organizzazioni palestinesi. Nonché tutto il quadro di corruzione legato al traffico di petrolio che coinvolgeva la Libia e faceva intascare molti soldi a tutti i partiti di governo. Intese talmente indicibili e inconfessabili che sono state protette anche tramite l’uso del segreto di Stato, tuttora vigente.

Nel sistema dell’informazione si è distinto, per la sua assenza, il giornalismo “investigativo” o della “controinformazione”.

I giornali ufficiali, quelli con una linea editoriale ben precisa , “allineati” a sinistra, avendo avuto enorme difficoltà a giustificare il gesto, si sono limitati in un primo momento ad addossare la colpa dell'attentato ad Israele indicato come l'unico beneficiario dell'atto. I giornali di destra se in un primo momento si scagliarono contro il governo per la sua politica della sicurezza e per la gestione degli stranieri, in particolare arabi, che godevano di una eccessiva libertà di operare in Italia, in un secondo momento preferirono non occuparsi più della questione in cambio dell'inclusione dei partiti di riferimento alla spartizione della torta delle tangenti.

Giusto a titolo di esempio, nel libro si parla della richiesta di Gheddafi di far licenziare due giornalisti e il direttore de La Stampa a causa di un articolo non gradito. La riflessione da fare e che se un dittatore straniero potesse pensare di poter influire così impertinentemente sui giornali italiani questi, quanto meno, non godevano di molta fiducia in merito alla loro libertà di pensiero.

5) Così giusto a titolo di curiosità finale: dei cinque terroristi responsabili della strage di Fiumicino del 73 si persero le tracce dopo la liberazione ad opera del commando del VC10 della British nel 74. Il libro riporta la dichiarazione del generale Narcisio, fratello di una delle vittime, il quale affermava che furono ricercati ed uccisi uno ad uno dai servizi segreti israeliani. Da altre fonti invece risulta che hanno trovato la morte per regolamenti di conti interni alle varie fazioni di guerriglieri palestinesi, furono uccisi dalla Forza 17 di Arafat. Ma questa è un'altra storia.