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Ma quali sono i punti salienti che due autori, secondo me, fanno emergere e che maggiormente forniscono gli strumenti per capire dinamiche e contesti e che possono aiutare oggi i professionisti del contrasto al terrorismo a cui, uno studio di questo libro andrebbe consigliato.

1) Nel modus operandi dei governi, anche quelli di ispirazione democratica, la “ragion di stato” prevale sui diritti dei singoli e perfino sul principio di “giustizia”.

In Italia, una sorta di diplomazia parallela, intrattenuta da una parte dei nostri servizi di sicurezza (all'epoca denominata SID) è venuta a patti con i “plestinesi”: loro possono muoversi liberamente sul nostro territorio e si impegnano a non fare attentati contro obiettivi italiani. Il così detto “lodo Moro” come lo definì il Presidente Cossiga. Di contro un analogo patto fu siglato con gli israeliani che erano l'altra parte del conflitto in corso. In virtù di tale "lodo"o anche se a volte eravamo costretti a fermare qualche palestinesi “esuberante” questi, tramite interventi sulla magistratura, venivano rilasciati nel più breve tempo possibile ed addirittura, come nel caso di due alti ufficiali dell'OLP arrestati ad Ostia perché preparavano un attentato contro un aereo israeliano, riaccompagnati a casa con un aereo in uso ai servizi segreti (argo 16, ma qui la storia diventa un'altra). Storia questa, accennata nel libro.

I mal pensanti affermano anche che una sorta di accordo, questa volta più bieco, perché comprendeva un giro di tangenti di cui tutti i partiti politici italiani prendevano una fetta in proporzione del loro peso e per il loro silenzio, coinvolgeva la Libia di Geddafi che, utilizzando l'Italia, riusciva a lucrare con la vendita di petrolio ai paesi sottoposti all'embargo deciso dai paesi arabi nei confronti degli stati considerati amici di Israele.

Anche gli USA non furono esenti da simili atteggiamenti, infatti quando i dirottatori di un VC10, un anno dopo i fatti di Roma, chiesero come contropartita la liberazione di terroristi, formalmente in stato di arresto al Cairo per conto dell'OLP, le pressioni americane sul governo egiziano furono esercitate solo nel senso di non liberare otto terroristi responsabili di aver ucciso due diplomatici americani a Khartoum, trascurando il fatto che i cinque responsabili della strage di Fiumicino, avevano causato la morte di 32 cittadini americani. Verrebbe da pensare che secondo il dipartimento di stato americano due diplomatici valgano più di 32 cittadini comuni, ma non è proprio così. Viene infatti evidenziato che l'ordine di uccidere i due diplomatici venne dato direttamente da Arafat, captato e registrato dalla NSA, ma che ormai la diplomazia americana aveva accreditato come l'unico leader affidabile del movimento palestinese e segnalato come interlocutore per le trattative di pace con Israele. Sull'altare di tale “fine ultimo” quindi gli statunitensi si opposero alla liberazione di possibili testimoni scomodi e acconsentirono, malgrado la nota politica del non contrattare mai con dei terroristi alla liberazione dei cinque di Roma. Anche qui “ragion di stato”.

Anche Arafat svolgeva attività che potremmo definire bipolari ma sempre per interessi superiori, in questo caso la necessità di presentarsi come leader moderato, infatti condannava pubblicamente tutti gli attentati fuori d Israele e i dirottamenti aerei, dando poi ordine ai “suoi” terroristi di uccidere dei diplomatici. L'interesse di Arafat era quello di tentare di consolidare il suo potere all'interno dell'OLP combattendo le frazioni contrarie ed in particolare quelle di Abu Mahmoud e i suoi delfini Abu Abbash e Abu Nidal rispettivamente appoggiati e finanziati dalla Libia di Gheddafi e dall'Iraq di Ahmed Hassan al bakr e successivamente da Saddam Hussein. Ma tale consolidamento doveva essere mediato perché anche la sua fazione Al Fatha riceveva finanziamenti dagli stessi paesi. Non a caso il mediatore che contrattò con i terroristi del VC10 in attesa a Tunisi fu inaspettatamente il numero due dei servizi di sicurezza di Arafat pur trattandosi di terroristi che si rifacevano alla galassia di settembre nero, gruppo avversato da Arafat.

Altro tragico esempio di "sacrificio della giustizia", riportato nel libro, fu quello del governo Olandese, durante il già menzionato dirottamento del VC10, senza alcuna richiesta da parte dei terroristi e senza che ci fossero cittadini olandesi all'interno dell'aeromobile, si offri di liberare, ed effettivamente liberò, due terroristi che si trovavano nelle sue prigioni.

Il gesto olandese è spiegabile solo con la motivazione da parte di quel governo di volersi liberare di sue scomodi prigionieri che potevano rappresentare motivo di rappresaglia futura.

 2) La strage di Fiumicino fu veramente strana, avvenuta a ridosso della conferenza di pace di Ginevra che avrebbe sancito la fine delle ostilità fra Israele e i paesi arabi in particola l'Egitto, non sembrava in alcun modo che favorisse la posizione palestinese, anzi sembrava quasi dare un'arma in più ad Israele per usare il pugno di forza nell'affrontare il problema palestinese. Ma la cosa che più sorprende fu l'impreparazione delle nostre forze dell'ordine e dei servizi di intelligence. Ma fu veramente così? Sicuramente per quanto riguarda le forze dell'ordine qualcosa non andò per il verso giusto: tutte le guardie coinvolte (guardie della Polizia di Stato, non ancora smilitarizzata a quel tempo, e quella della Guardia di Finanza) erano giovanissime e con  poca esperienza. I dieci appartenenti ai servizi antiterrorismo spostati in blocco per controllare un buco sulla rete perimetrale dell'aeroporto in un punto lontanissimo dall'azione (almeno 10km). Tutto casuale? Non è così e dal libro si evince. Infatti dalle dichiarazioni di un fratello di una delle vittime in servizio presso il SIOS Aeronautica e altre interviste agli uomini dei servizi fa emergere che effettivamente esistevano delle informative dei servizi segreti che prevedevano un dirottamento di un aereo della Lufthansa onde ottenere dalle autorità tedesche la liberazione dei terroristi responsabile della strage delle olimpiadi di Monaco. Questo tipo di attacco poteva essere tollerato nell'ambito del rispetto del lodo Moro in quanto non diretto contro l'Italia. Ma a quanto pare l'aereo tedesco era in ritardo, il commando si orientò quindi verso un'alto aereo e forse i due che gettarono la bomba contro l'aereo americano non facevano parte di quel commando e riuscirono a fuggire mischiandosi con i passeggeri in fuga nel caos. Ma quest'ultima è solo una ipotesi anche se suffragata da alcuni elementi.

Dunque se i nostri servizi sapevano, così come si dice per tutti i fatti di sangue verificatesi in Italia negli anni di piombo, è lecito parlare di servizi deviati? E questo è un interrogativo che occorre farsi anche oggi quando la discussione passa sul piano della legittimità ad operare arrivando fino alle considerazioni sulla necessità dell'esistenza stessa di tali servizi.

Un servizio di sicurezza che esegue le direttive impartite dai rappresentanti di un governo legittimamente in esercizio si può definire deviato? Il contro altare sarebbe quella che negli ambienti dell'intelligence viene definita la sindrome di Yorck: il generale prussiano che senza il consenso del Kaiser dichiarò neutrali i “corpi prussiani” in seno all'armata francese di Napoleone in guerra contro la Russia. Perché fece ciò? perché riteneva che l'interesse del suo re e del suo paese fosse una guerra contro la Francia e che la guerra contro i russi fosse stata ordinata da Napoleone.

Capiamo tutti che se un capo di un servizio segreto lavorasse nell'”interesse della nazione” indipendentemente o meglio contro le direttive ricevute qualcosa che non va è evidente.

 3) La lotta palestinese si inseriva a pieno titolo nei movimenti di liberazione imperanti in quegli anni, c'era chi intendeva liberarsi dal capitalismo e dall'imperialismo Americano Br e banda Baader-Meinho in Germania, chi dalle occupazioni straniere, inglesi in Irlanda del Nord IRA , Spagnoli nei paesi baschi ETA, ed infatti esisteva una sorta di “internazionale del terrorismo” finanziata dai paesi dell'est al fine di destabilizzare gli stati della alleanza atlantica. Lo stesso Arafat alle nazioni unite diceva : “la differenza tra il rivoluzionario e il terrorista si trova nel motivo per cui ognuno combatte. Per chi sta dalla parte di una giusta causa e lotta per la libertà e la liberazione della sua terra da invasori, coloni e colonialisti, non può essere chiamato terrorista.”

Ed è noto sia agli atti giudiziari che alle cronache dei giornali che tutti questi gruppi terroristici, si incontravano regolarmente, coordinavano le loro azioni, si prestavano mutua assistenza e protezione. Da una analisi redatta dal SISDE negli anni 80 si legge infatti di aver accertato che era stato siglato una sorta di impegno che prevedeva: l’assistenza ai brigatisti latitanti in Francia o in Angola;  la fornitura di armi da parte dell’O.L.P.;  la pianificazione, da parte delle B.R., e degli gruppi europei di attentati contro obiettivi israeliani. Punto cruciale dell’accordo erano i campi palestinesi in Libano. In particolare, fu stabilito che in caso di partecipazione ai corsi di addestramento, i brigatisti non avrebbero ricevuto alcuna assistenza dai palestinesi per il passaggio delle frontiere. Le B.R., inoltre, avrebbero dovuto custodire, in Italia, armi per conto dei palestinesi. Inoltre, i loro documenti non avrebbero dovuto consentire di far risalire all’O.L.P. la responsabilità della presenza degli italiani. Quest'ultime limitazioni poste alle Br rispondeva alla volontà dei palestinesi di non violare l’impegno “informale” a non operare direttamente su territorio italiano.

Queste e altre considerazioni che ora faremo ci permettono di effettuare un raffronto con lo stato dell'arte del terrorismo oggi.