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Superfluo spendere parole per la presentazione degli autori: un giudice e un giornalista entrambi saggisti di spessore che hanno riproposto tematiche di un passato, più o meno lontano nel tempo, troppo spesso dimenticate; dimenticate non soltanto per un disinteresse della così detta opinione pubblica, molto spesso dimenticate perché organi potere politico, organi dello stato e mass media avevano tutto l'interesse affinché l'oblio avvolgesse quegli eventi.

Il Giudice Rosario Priore si è occupato di molte delle indagini più scottanti del nostro paese, oltre del caso Moro, della strage di Ustica, dell’attentato al Papa, fu giudice istruttore nel procedimento penale sulla strage di Fiumicino, oggetto del libro, e quindi ha avuto un osservatorio privilegiato sulle dinamiche evolutive e strategiche della nostra storia recente e dei fenomeni eversivi che hanno insanguinato il paese e il resto del mondo negli anni 60/70.

Gabriele Paradisi, giornalista libero ed appassionato, da molti anni, sfruttando tra i primi in Italia i nuovi canali messi a disposizione da internet si occupa dei così detti “misteri italiani” cioè di tutte quelle stragi, attentati, omicidi che nella stragrande maggioranza dei casi non hanno avuto un colpevole men che mai scoperti i mandanti. Caso quanto mai vero per il caso della strage di Fiumicino del 73, archiviato con rammarico del giudice Priore che nella sua sentenza/ordinanza scriveva che a causa delle reticenze dei governi stranieri e dell'interpol non si era nemmeno riusciti ad avere una identificazione certa dei responsabili.

 

Ma perché parlare oggi di avvenimenti che seppur sanguinosi tragici sono armai lontani nel tempo. Esistono almeno duo ordini di motivi: il primo, che potremmo ascrivere al lavoro di ogni storico che si rispetti, è quello di ridare vita e dignità alle vittime della strage inspiegabilmente rimossa dalla memoria collettiva per cui non vi sono “annuali commemorazioni” col seguito di politici, comitati di familiari delle vittime e operatori dei media.

Il secondo ordine di motivi per cui è doveroso occuparsi di questi eventi è che lo studio di quanto avvenuto ci offre una serie di chiavi di letture per capire il presente. E non solo dal punto di vista sociologico, ma anche dal punto di vista degli "operatori della sicurezza" che oggi si trovano, per doveri del proprio ufficio, ad affrontare il terrorismo internazionale di matrice islamica o i nazionalismi camuffati da considerazioni religiose.

Ed attraverso questo ricordo cercare di comprendere la storia di quegli anni di come fosse stato possibile la nascita del terrorismo palestinese, la sua “tristemente proficua” attività in molti paesi del mondo, gli appoggi e le connivenze degli stati disposti a finanziarli e ad aiutarli, in senso lato, e non ultimo la paura, e le conseguenti azioni al limite della codardia, delle democrazie occidentali difronte al fenomeno.

Il libro è diviso in due parti, nella prima (presumo scritta dal giudice) c'è il racconto del fatto “cronaca dei una strage” per usare le stesse parole degli scrittori, il suo inquadramento nel contesto internazionale e nazionale, il suo epilogo in Kuwait e del successivo dirottamento di un VC10 della British Airways di quasi un anno dopo, che si risolse con la liberazione definitiva dei cinque terroristi di Roma.

Ricostruzione vista da più inquadrature, come se fosse un film, attingendo soprattutto da documenti inediti quali documenti di inchiesta, carteggio fra servizi segreti, dispacci diplomatici ecc.. , molti dei quali disponibili on -ine grazie alla rete Wikileaks.

Nella seconda parte, attraverso una rassegna dei giornali dell'epoca, si cerca di spiegare il perché della scarsa eco che il tragico evento a riscosso nei media dell'epoca. E la verità che emerge è molto sconfortante: Una stampa non libera, succube del governo e delle sue strutture operative che per “ragion di stato” o inconfessabili colpe preferirono il silenzio;  oppure, nella migliore delle ipotesi, una stampa ingessata dalla propria ideologia che preferì tacere quando la “Notizia” si scontrava e non giocava alla causa. In particolar modo i giornali di sinistra non potendo giustificare la legittimità dell'attentato assurgendola ad atto moralmente accettabile nel quadro della sacrosanta lotta del popolo palestinese e non potendo spingere troppo sulla tesi del “qui prodest” con cui addossare la genesi dell'attentato alle potenze reazionarie, USA-CIA, Israele in testa, preferì far calare un velo di silenzio sulla vicenda.